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Dante Maffìa, Al macero dell'invisibile,
Passigli
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DANTE MAFIA, AL MACERO DELL’INVISIBILE
Firenze-Antella, Passigli Editori, 2006, pp. 176. Euro 15,00
C r i s t i n a D i M a s s i m o
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I poeti si provano a cogliere il senso della poesia e con esso il senso della vita. Quest’operazione, non certo indolore, presuppone uno scavo che, procedendo all’interno e a ritroso nel tempo, rivela la verità, messa a nudo da baluginii che sembrano improvvisi ma che invero sono ben articolati e puntuali, secondo il regolare ritmo della marea dell’esperienza tra le sponde invisibili del tempo. Il poeta naviga tra i marosi della vita in bonaccia e in tempesta verso approdi che sa dolorosi perché l’esperienza poetica, in quanto tale, si spinge fino all’invisibile, all’inconoscibile, nel viaggio in quel dantesco “luogo d’ogni luce muto” che è l’abisso di ogni poeta. Ed è questo viaggio che Dante Maffia compie ne Al macero dell’invisibile, raccolta che mi piace leggere e considerare come un “diario di bordo” in cui sono riportate le rotte, gli approdi, le scoperte,le sconfitte e le vittorie in quella che è soprattutto una summa poetica della vita. La vita del poeta si rivela nella sua poesia e Maffia ci guida nel suo itinerario lirico con uno slancio pregno di impeti ove anche la tenerezza dell’infanzia è invasa dalla febbre dell’uomo, del poeta che guarda il bambino che è stato con “occhi di bragia”, senza sentimentalismi sdolcinati ma con una sorta di distacco che assume talvolta la forma dell’epigramma. Così, nella prima parte “I pruni dell’infanzia”, Maffia apre la raccolta dichiarando: “L’esperienza della scrittura è stata / lenta e insopprimibile.”. La vita con le sue esperienze si snoda in funzione della scrittura ed è questa sintesi dialettica tra vita e scrittura che costituisce il nucleo dell’intera silloge. L’esperienza nel suo insieme vita-scrittura è una continua scoperta, una rivelazione. Al senso di distacco interiore, di estraneità della vita, si contrappone la frenesia giovanile, e il sentire poetico che non indaga l’essenza ma l’essere, l’uomo, in un versificare empirico ove il trascendente, il pensiero e il mondo metafisico – l’invisibile – sono una “ombra nascosta” che diviene tangibile e visibile solo nel momento in cui è vissuta in modo immanente e reale. La realtà dell’esperienza è quindi testimonianza di vita. Eliot scriveva nei Quattro quartetti: “Noi abbiamo compiuto l’esperienza ma non ne cogliemmo il significato / E l’approssimarsi del significato ripropone l’esperienza / Sotto diversa forma, oltre ogni senso / Che noi possiamo dare alla felicità. / La gente cambia e sorride: l’agonia persiste. / Il tempo che distrugge è il tempo che conserva…”. Maffia va oltre imponendo alla parola una suggestione ricca di significati per cui la poesia è consapevolezza della negatività, del non essere, del mancato realizzarsi dell’uomo, ma anche consapevolezza della sua capacità tutta immanente di autorigenerarsi, di evolversi nel tempo rinnovando continuamente la ricerca di senso. Il significato è tanto nella vita quanto nel verso, senza priorità morale se non per il fatto che c’è sempre una verità umana prima che poetica. Le parole divengono tuttavia armi e strumenti per la pregnanza semantica, per la concretezza, per la capacità di dare un’oggettiva definizione della realtà da descrivere. La grandezza di Maffia è proprio in questa sua obbiettività, in questo suo porsi “al di qua” in questa non facile separazione dal sé che paradossalmente lo rivela più vero e più penetrante. Guardando dal di fuori Maffia può effettivamente, trovando un varco nelle parole e muovendosi su di esse, penetrare il suo io più profondo perché “Al macero dell’invisibile” sia anche una “macerazione dell’io”, necessaria al senso del Tutto, al dialogo squisitamente interiore tra passato e presente, tra consapevolezze e illusioni che sono i veri ponti sul futuro. Invisibile è anche tutto ciò che sta al di fuori della Calabria, patrimonio affettivo-lirico di Maffia, emblema di un modo di vivere, entità mitica e lontana dove l’infanzia è una realtà immobile e fuori dal tempo, in netto contrasto con il mondo metropolitano. Una rievocazione attraverso la memoria per rendere visibile la verità e afferrarla nel suo mistero per affermare che “La verità / è fatta di parole e le parole / sono vuoto bisogno di maternità / disumano ardore / d’ineluttabili scontri. Eppure sento / che vivere è quasi entrare in una parola.” Concetto che ci introduce alla seconda parte, “Il misfatto delle similitudini”, in cui al senso di attesa si oppongono le abitudini e “perisce l’illusione”. Così l’Ulisse di Maffia vede la sua Itaca sprofondare nel piatto mare dell’abitudine che remi ormai “improbabili” non possono più fendere. Il tempo è quello della tautologia, “Il terrore che tutto sia stato già detto, / ripetuto in più lingue e in varie epoche; / … di cosa vestiremo i nostri sogni?” Ovvero che ne sarà del futuro? E la poesia? Si approda dunque alla terza parte: “La poesia”, ove essa è “una baraccopoli / nella quale cadono le stelle / e nessuno ci fa caso.” Dunque essa è invisibile “vittima del cieco / gioco dell’effimero.” L’anima del poeta è “randagia ma ha pause / che vivono un’eternità”. La vita del poeta è quindi un periglioso navigare, un’avventura intellettuale nel segno dell’affanno della ricerca, che è anche ricerca strenua della parola che approderà alla sterilità creativa, alla famosa pagina bianca: “Così la pagina resta bianca. / Non voglio misurarmi con il fine / né col principio delle cose. Mi basta / essere assolto dal tuo sorriso”. Ecco la pagina bianca emblema della visione poetica di Mallarmè, spettro di ogni grande poeta. L’invisibile è dunque il fondo inconoscibile e “inesprimibile” della realtà ove il mondo delle cose e il mondo della memoria sono tappe della propria vita interiore e il recupero memoriale è “discesa agli inferi della coscienza”: il poeta è ormai poesia. “Per i lunghi corridoi risuona / il nulla divampando / sui residui di parole consunte / da accordi musicali di neve / sfiniti e poi buttati al macero dell’invisibile”. Il nulla e l’invisibile sono le due facce della verità, erma bifronte velata dalle illusioni che le parole stesse, consunte o meno, evocano in un canto che è silenzio nel grido che si espande e invade la quarta parte della raccolta, “Milano”, grigio riflesso di solitudine e morte. La città è chiusa dal muro del silenzio che nemmeno la pioggia riesce a scalfire. Le immagini liriche sono oscure, dense di presagi. La poesia è una veglia funebre che celebra la sua fine contornata da “tulipani neri”. Tutto perduto? No. C’è “l’attesa in fondo al mare”, parte successiva della raccolta, in cui il ritorno alle radici – la Calabria, Roseto – dà la forza al poeta e alla sua poesia di “diventare Forma e Idea / di un’altra civiltà” per giungere alla salvezza, ovvero per recuperare, attraverso il mito, la sostanza della poesia, cioè l’immaginazione affinché i muri verniciati di verde possano essere ancora muschio, e il poeta possa riappropriarsi di “Incanti perduti”, argomento della sesta parte, tra le più liriche dell’intera raccolta, da cui emerge il bisogno di sentirsi amato, pure nella casualità che trionfa sull’esperienza. La meta e il fine del viaggio è “Perché il mio canto / giunga alla nota dello spasimo / e del sublime ardore.” Canto e “Danze popolari”, altra parte del libro, in cui tra il ricordo degli amori passati, frammenti di vita contadina tra tarantelle e feste di paese, riaffiora la negazione della metropoli, dell’omologazione, del caos – Milano. La poesia si fa profezia: “Fra qualche anno Piazza del Duomo / ospiterà la preghiere di Allah / e qualcuno coprirà il viso alla Madonnina / con uno straccio.” Il divenire storico non si può fermare, la catastrofe non potrà essere evitata. La società sarà ribaltata. Ma Maffia ammonisce: “Non mischiate il buio con la luce, / il caldo con il freddo, / l’amore con l’odio. / Non create paralumi di marmo, / non tentate di chiudere i flussi dei significati / confondendo le idee con le razze. / La notte deve restare notte, e l’amore / dovrà avere un unico colore.” Nella parte che segue, “Il mio paese e una digressione”, è ancora Roseto, la Calabria, il ritorno al principio che riporta verso il senso della vita, che apre la via alla verità rendendo visibile l’invisibile: “E se niente somiglia a me / è perché si sono perdute le coordinate / e nel tripudio dei guati / si è infranto il discorso dei padri.” L’incanto diventa disincanto. Le domande non hanno risposta se non quella della poesia. Nella parte conclusiva “Se uno straniero bussa alla tua porta”, Maffia rifiuta le influenze esterne e si fa difensore della propria tradizione culturale e con essa della poesia, che è libertà dal pregiudizio, dai facili innesti culturali, dalle mode e dalle tendenze di altre culture che non devono inquinare, se non addirittura annullare, la grande tradizione italiana. Si rivolge ai poeti: “che cosa potremo dare, / se ci daranno libertà di dare? // Parole, parole sempre nuove, / mai vizze, mai stanche, mai smarrite.” La parola dunque non deve mai smarrirsi, perdere la propria identità, la propria radice culturale che è musica. Il poeta sa di essere solo un poeta armato di poesia, ma non rinuncia alla libertà di affermare “Io sono di qua del bene e del male, / ci resto abbarbicato. / Sia chiaro che scegliere per paura / è peggiore che non scegliere”. Ha dunque scelto. Ha scelto la Poesia e con essa la Libertà. Non hanno importanza il bene e il male, quello che conta è vivere e lasciar vivere. La più grande rivoluzione è nelle parole. Chi vuole intendere intenda.
Cristina Di Massimo
DANTE MAFFIA, AL MACERO DELL'INVISIBILE
Firenze-Antella, Passigli Editori, 2006, pp. 176 (Prefazione di Remo Bodei).
E n z o M a n d r u z z a t o
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Inutile dire che Dante Maffia ha scritto molto, anzi moltissimo. Non conto i suoi libri di poesia, che pure ho letto. Mi resta nella memoria un felice spunto del 2003, La biblioteca d’Alessandria. Tutti molto diversi, questi libri di poesia, a loro volta diversissimi dai saggi e da pagine sparse, a volte bellissime. Non posso tacere di questo ultimo libro di Maffia. Ma è difficile parlarne. Senza paragone più difficile che del suo illustrissimo e immortale omonimo. E in realtà questo succede sempre per i poeti di qualunque levatura. La ragione è semplice: la poesia non si commenta, la non-poesia (come direbbe Croce) permette discorsi larghi, anche dotti, informativi, magari inutili; ma la poesia pura si commenta con se stessa. Si parla più a lungo e più volentieri della politica del tempo di Dante o del sistema tolemaico o della struttura dell’aldilà che non della purissima poesia dantesca. Quando leggo la Chanson d’Autumne di Verlaine non vinco la tentazione di fare osservazioni filologiche su quel blesse mon coeur e di osservare l’affinità semantica di blesser con il latino caedere. Ma torniamo a Dante Maffia. È subito da dire che questa poesia non provoca il commento esclamativo. Bisogna precisare che la chiarezza, il buon senso e le altre cose facili non ci sono e nemmeno abbondano immagini singolari e paragoni a tutto tondo. Si naviga di sorpresa in sorpresa, anche l’unità delle liriche non c’è, sensazioni e intuizioni procedono sparpagliate. La fantasia le ricompone come il poeta le ha intuite, imprevedibili, espressioniste, arbitrarie. Il poeta ha voluto épater les bourgeois e se non si è bourgeoi si capisce, si accetta, ci si diverte, gli si va dietro. Siamo agli antipodi del calligrafismo, della compostezza, del prevedibile. C’è un Leitmotiv, un contenuto alla meglio ideologico? Il poeta non vuole averlo. C’è molto pessimismo, se vogliamo, molto disgusto. Non credo che Dante Maffia abbia il dono dei contenuti immensi, come quelli scientifici di Dante Alighieri) o quelli monotoni, per non dire monocordi di Leopardi. Non saprei infatti enunciarli. C’è molta ribellione, molta nausea, anzi universale nausea giustificata, e molta vita frammentaria. Ogni lirica (ben ritmata con ritorni all’ovile pittoreschi e incisivi come sentenze latine), molti episodi, molto brusco amore, amplessi, rivendicazioni a gogo: del sud contro Milano, della Calabria contro Milano, degli arabi contro Milano, dei poveri contro i ricchi di Milano, tutto contro Milano. Forse gli è cara. La parte più interessante ha un titolo interessante: Fingendo l’armonia. Qui tutto è così spontaneo che diventa istintivamente nostro, con un fiero abuso di immagini sparpagliate. Sentite questa: “Se ne dissero tante.../ Partito per l’America / Imbarcato su un piroscafo / battente bandiera panamense / o liberiana. Intanto a Sibari gli scavi / richiamano da tutto il mondo / i maniaci dei cocci...” Sono poche macchie sulla tela ma formano un ambiente familiare. Un’altra poesia dice anche di più: “La rana settembrina / sente il rumore della scavatrice / e le lagne del Tg / si amplificano sulle assenze. / Anche gli insetti fabbricano / per il trionfo della produzione / ed è vero che ogni casa / ha una biblioteca di opere inutili./ Qui i libri del Barone, / servivano ad accendere il fuoco / le mattine gelate. / E la nuova virtù sociale si presentava / come una bambola di plastica / con gli occhi fissi nel vuoto“. Ci sono brevi storie di donne. Per esempio Daniela Boccarini: “mi eccitava il suo accento milanese: / aveva qualcosa di fragile e d’irrritante. / Ci nascondevamo dietro gli alberi fitti / o in un fosso. Quando mai più avrai / una donna così fresca e pronta / che odora di saponetta? / lo diceva dilatando le pupille, / orgogliosa e convinta che tutto nascesse / e finisse nella sua persona, / e che le donne calabresi / fossero appena bestie per la monta. / A distanza di anni le scrissi / che era ancora più profumata la rugiada / della sua saponetta Palmolive / e che nonostante le docce mattutine / la mia nuova donna profumava di vita”. Ma c’è una storia più tagliente, più cinica e più complessa. Riguarda certa Luisa Francosia: “Era stata affidata, a me sedicenne, / per ripassare le lezioni: / un po’ di latino, di matematica. / Accadde tutto inavvertitamente. / Per tre anni fu / un’anguilla avida./ Adesso è avvocato. Non mi saluta, / dimentica che anch’io ero un ragazzo. / Mi violentasti, mi sibila. / Non ricorda che fece tutto lei, / e che fui costretto / a lezioni supplementari.“ E’ una delle migliori della silloge delle più amaramente realistiche e psicologiche. E’ un racconto del Novellino in prima persona (contenuto etico a parte). Non posso non far notare l’efficacia di quella “anguilla avida” che mescola agilità e sensualità. Naturalmente “sibila” la sua facile protesta, come una serpe, simbolo onusto di cose; ma anguilla non deriva da anguis che latet in herba? Non faccio capziosa e facile erudizione. E un altro esempio ancora di come nella fantasia del poeta si versino ancestrali conoscenze, soggettive ma anche reali. Credo che anche Dante Maffia si aduli credendosi fratello dei greci, un po’ come tutti i nati nell’equivoco della Magna Graecia, ma una goccia di grecità vera c’è in una poesia insolitamente unita a formare un avvio di orghé: amori a cui il clima dona una libertà inimitabile, con i sussurri degli innamorati simili a “gridi di cardellini appena nati”, una tarantella inebriante e per ognuno un dio con la minuscola: “Dio passeggiava a fianco di ognuno / reclamando la sua parte di terrestrità”.
Enzo Mandruzzato
DANTE MAFFÌA – AL MACERO DELL'INVISIBILE – PASSIGLI POESIA 2006
P i e r a M a t t e i
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Questo libro complesso e molteplice è sembrato a un certo punto decantarsi, nella mia riflessione, in nitida forma triàdica. C'è un "basso", lo sprofondo (danteschi bolge, imbuto e natural burella); c'è un "alto", con sole bieco e aggressivi grattaceli, infine c'è il "qui", il luogo dove sembra scorrere la vita normale quotidiana. Anche il tempo si squaderna in passato (ricordi di un'infanzia dura e di una Calabria amata come si ama un mito), un presente di gesti e sguardi, impegni, le figlie, gli amici, gli animali domestici, e un futuro che addensa in sé tutto il "rancore" del passato e profetizza vendetta e rovina. Ma lo schema triadico si rivela poi solo uno dei possibili spunti interpretativi. Noto che né il titolo del volume, né quello delle varie sezioni contengono indicazioni, che non mi facciano tornare più volte sui miei passi. Diversi gli autoritratti, sfaccettature di uno stesso personaggio: Adesso posso però riposarmi / dai dinieghi della vita. Ho trovato / nuove città, nuove mete / a meno che la finzione non diventi libidine / e straripi nel mito di me. Ascoltiamo una voce sincera fino alla rivelazione (perché altrimenti parlerebbe?) che si esprime per conto del poeta Dante Maffìa, ma, come abbiamo osservato, non ne fissa un ritratto univoco. Quando pensi di averlo afferrato e compreso, con il guizzo di Pròteo, si compone in altra forma. Dante Maffìa è un autore che ha espresso se stesso in già decine di opere, a cui non sono mancate i più importanti riconoscimenti. Tuttavia chi si pone in ascolto di questo libro dopo aver allontanato ogni giudizio precostituito, come se non conoscesse la varia e densa bibliografia dell'autore, si trova di fronte a un' opera che ha i caratteri dell'unicum. L'autore scava dentro di sé "come fosse" la prima volta, profetizza, urla il suo sdegno, sorride e ricorda, "come fosse" questa la chance assoluta, la scommessa dell'uomo e del poeta. Ogni libro sarà allora sentito un po' come un figlio, una figlia, per il quale non esiste che una disposizione assoluta, e s'ucciderebbe chi invitasse al gioco della torre? Conforme all'individuato schema triadico, tre sono anche i luoghi di questa poesia: una Roseto calabra che ormai vive solo in un ricordo tenero e aspro, una città del Nord fredda allucinata e ostile al punto di assurgere a simbolo negativo, infine un qui, una sorta di non-luogo dove non ci sono accadimenti speciali perché quanto accade è la vita quotidiana e familiare:... Le figlie / hanno fatto la doccia e le trenta telefonate / giornaliere. I televisori sono accesi. Ed ecco l'autoritratto che si addice alla soddisfatta autoaccettazione (ma quanta autoironia!): Un egoista come me / non rinuncia agli appetiti, / né agli aggettivi possessivi, ma non ama i vestiti. Tuttavia già lì, nel confortevole mondo quotidiano s'impara a essere freddi e soli, come un muro di cristallo / se vorrò che almeno una parola diventi / eco sonora... La parola "cristallo", anche altrove nella forma dell'aggettivo "cristallino", ha in Maffìa una valenza dolorosa, una fredezza mortuaria:...I pensieri sono / acqua cristallo musica o parvenza / d'un antico dolore che perseguita le mie ossa; e ancora:...tramutare la morte in baci / cristallini in infiniti mattini di preghiera. Nel bel mezzo del vivere, di chiacchiere e libagioni, se si compie il rito di sedersi e attendere, si spalancano gli abissi dell'altra realtà. Il "qui" si apre, si sprofonda, sparisce e si sfonda in alto e basso in sopra e sotto, mentre l' "adesso" si scompone in passato e futuro nei quali non c'è stato né ci sarà giustizia o scampo: Dunque non esiste il mondo. E ciò che vedo / è una profonda natural burella / di vermi che s'affollano alle soglie / del possibile. E poi la frana / con un frastuono di sillabe che invadono / l'apertura dei cieli e pretendono / di costruire il mondo. Il mostruoso aldilà è qui: Non può aiutarmi nessuno. Fingo / il paradiso tra le braccia dell'essere che amo / e poi cado dentro di me da un precipizio / molto alto ed è strano / che mi trovi poi senza ossa rotte. Per quanto reali e vissuti sono l'inferno, l'imbuto, le bolge e Satana, il paradiso invece si può solo fingerlo, fare "come se" esistesse e ne fossimo degni. Questo è il misfatto delle similitudini: l'evento non accade, la storia non muta, periscono le illusioni. L'inferno interiore e la profezia di una "civiltà" che sarà divorata dalla vendetta si accampano con forza rispettivamente nella prima e nell'ultima parte del libro. Nella città che non è stata perdonata neppure il sole trova un varco per farsi umano : E' stato un approdo mortuario: / la pioggia è un cane randagio / col pelo irto, il Duomo / un artiglio insanguinato. Il tono di Dante Maffìa acquista qui la violenza del suo conterraneo Gioacchino da Fiore – che andava predicando imminente l'avvento apocalittico di una nuova era – ma qui si possono forse udire anche gli echi dell'espressionismo rivoluzionario di Georg Heym: Il rancore pretende prede / e avanza senza discernere / tra chi ha colpe e chi è vissuto senza. Se i poveri e quelli di culture diverse, forti anzitutto della loro potenza riproduttiva, si avventeranno con ferocia, niente resisterà: e si siederanno davanti alla Scala / sempre più convinti / che a chi non sa ascoltare l'uomo / va negata la musica. Filtrato dalla poesia, c'è in questo libro tutto il mondo di Dante Maffìa: cieli azzurrissimi, richiami di venditori, rapide immagini dei genitori, inferni dell'anima, ma anche molta tenerezza. Ci sono gli animali domestici, il gatto Emilio e una gatta maestra di libertà (o di libertinaggio?), la formica, il corvo, lo squalo. Soprattutto ci sono le figlie alle quali il libro è dedicato, la loro grazia, la loro capacità di far sentire un uomo come un bambino che s'addormenta con la ninna-nanna alla bambola, e insieme come il saggio, il Padre:...Mi sentivo / eterno e maestoso, vivo / fino all'inverosimile. C'è sopratutto in questo libro, riconoscibile nei vari registri della voce, quel miracolo della poesia, che nessuno sa spiegare bene in cosa consista. Giocosamente (questo anche è un tono non estraneo al libro) Dante Maffìa ne trova una definizione inusitata: La poesia è un uovo sodo / dimenticato in una radura.
Piera Mattei
IL VISIBILE E L’INVISIBILE NELLA REALTÀ POETICA DI DANTE MAFFIA
P i n a M a j o n e M a u r o
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A cominciare dal titolo, “Il macero dell’invisibile”, che incuriosisce e disorienta tra i rivoli di mille congetture, l’ultima silloge di Dante Maffia è quanto di più straordinario sia stato concepito negli ultimi tempi dalla mente di un poeta. Quando si ha tra le mani un testo di grande valore si suol dire: tanto è bello che l’ho letto d’un fiato. Per questo libro avviene il contrario: ogni pagina ogni verso ogni parola invitano ad una sosta di silenzio, l’unica condizione possibile per una riflessione sulle cose, per andare al di là di esse, degli eventi minimi di un quotidiano fatalmente e prepotentemente incuneato tra il visibile e l’invisibile, tra la realtà tangibile con i suoi totem di dolore e la realtà sognata e virtuale con tutte le sue irrisolte meraviglie, che la vita ha scaraventato lontano da noi, molto al di là della galassia, del niente che siamo, “……avulsa dal mantice che pompa la rugiada...”. In questo minigalattico combinarsi, in alternativa irriducibile e monotona di realtà fisica e realtà specularmente riflessa, possono avvenire cose straordinarie che stanno lì a conferma della nostra ordinarietà. Come la malattia, un tiranno che può svegliarsi o “morire all’improvviso”, come la vita che ruota intorno alle piccole cose di grande valore e viene mandata al macero dalle cose grandi che non significano nulla. C’è in questo straordinario percorso poetico la ricerca continua di zone inesplorate, di anfratti che accolgono l’invisibile che si carica di significati quando si materializza nella carnale bellezza del verso. Un verso che ci trascina, mente e cuore, nel minimalismo sotterraneo della più banale quotidianità raccontata in termini di surreale verità per decodificarla in chiave di un realismo quasi dantesco, a tutto tondo eppure tanto rarefatto, che sfugge alla percezione dei distratti, di coloro che vivono per vivere, soddisfatti del loro pomposo apparire, beati di possedere, di coloro, cioè, che sono venuti al mondo “perché c’era posto…”. Ma l’aspetto più straordinario è riconoscibile nel miracoloso puntuale allinearsi della memoria del Poeta “……che ad ogni bivio riannoda una piuma…..”, agli eventi, ai personaggi-attori che con lui hanno recitato la vita sullo stesso palcoscenico, una vita in bilico tra la necessità di subirla e il sogno di evaderla, tra la violenza reiterante del necessario quotidiano e le lusinghe della Poesia che “…..preferisce radure / vecchi campanili o marine / …..una baraccopoli / nella quale cadono le stelle / e nessuno ci fa caso”. Una vita “bosco-favola”, a volte urlata, a volte recitata sottovoce, ma sempre macerata tra visibile e invisibile. In questo scorrere irrisolto di fatti e personaggi non c’è una linea netta di demarcazione tra la realtà “….dei mi dai ti do….” che si sublima nel sogno e il sogno che connota la realtà: tutto va al macero su quella linea inesistente dove “….accordi si limita(va)no a tessere una minestra / insipida, a cucinare un sipario, / a ripudiare il vecchio sgualcito sillabario…..”, dove tutto si decompone infrangendosi come un’onda corposa e alta che avanza dal mare per sparire subito dopo frantumata in miliardi di gocce alla scogliera della “….mediocrità che ci perseguita…”. Così le cose visibili, la campana o la “fericella” di Roseto, il venditore di frutta che piange la morte del suo asino, Milano con le sue terrazze che oscillano sui Navigli, lo straniero che bussa alla tua porta, la Calabria “….madre, tomba, cielo, condanna, luce che non tramonta mai….”, le donne che hanno storicizzato la vita del Poeta: Rosa, Sara, Federica, l’aquilone che sfugge di mano a Serena, e poi Lidia, Carla, Luisa….. non avrebbero un senso se non fossero filtrati dal virtualismo extrasensoriale di questa poesia che per assurdo le rende più materiche e comprensibili che mai, perché ne svela l’essenza troppo profonda per essere esplorata, e che perciò sfugge ad ogni indagine speculativa. Tutto acquista così una dimensione cosmica che, non escludendo il percettibile, anzi assimilandolo e sublimandolo nella parola poetica ma senza smaterializzarlo, ne esalta l’invisibile che, da sé macerandosi, si rigenera nelle sue significazioni più autentiche e carnali. Da questa poesia si resta folgorati e commossi, stralunati e ridimensionati nel piccolo spazio che ci siamo ritagliati. Ispirata a un nuovo umanesimo che trae dal minimalismo delle piccole cose i significati più alti dell’esistenza umana, libera da precostituite alchimie concettuali e funambolismi lessicali, la Poesia di Dante Maffia ci costringe a rivedere la nostra esistenza per rimetterla in discussione e ripensarla in chiave meno edonistica e più vera, più poeticamente vissuta e sofferta. Per quanto mi riguarda, dopo la lettura di questo straordinario libro, mi sento come una creatura fragile e mortale che in una notte d’agosto s’inciela al seguito di un astro-cometa che va a morire da un’altra parte del cosmo. Con la sua cenere e con la sua luce.
Roma, gennaio 2007
Pina Majone Mauro
DANTE MAFFIA : “AL MACERO DELL’INVISIBILE”
Ed. Passigli poesia (2006) – pagg. 176 € 15,00
A n t o n i o S p a g n u o l o
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Strutturato in maniera serrata, pregno di sensibilità accattivanti, questo nuovo volume di Maffia si impone con ogni diritto tra quei libri che bisogna conservare gelosamente per attingere di tanto in tanto qualche sospiro di vera poesia. Non saprei dire il perché, ma sin dalle prime pagine l’interrogativo “Si mangia per vivere o si vive per mangiare?”, che mio padre mi proponeva ex abrupto quando ero soltanto un quindicenne, è tornato a mente costringendomi a parafrasare nell’interrogativo più vicino: ”Si vive perché ancora esiste la poesia, o la poesia continua a sopravvivere perché noi la inseguiamo?”. Per il frastuono quotidiano che ci avvolge e ci coinvolge sempre più freneticamente, senza lasciare spazi liberi alla meditazione, alla lettura piana ed avvincente, al sogno che sia liberatore di ogni angoscia, alla fantasia che sia capace di creare e ricreare le varie forme dell’arte, si affaccia il dubbio che fare poesia, essere poeta a tutto tondo, discutere di poesia, sia una cosa ormai fuori del tempo e fuori da ogni necessità pragmatica. Qui “l’invisibile è andato al macero. – scrive Remo Bodei nella prefazione – La vita quotidiana nel suo ordinato e tranquillizzante svolgersi nasconde abissi angosciosi. Giungendo fino alle porte dell’invisibile si spalanca così un nuovo mondo dove finiscono tutti i nostri ieri, dove, come sul cuscino su cui si dorme, appassiti sogni/ tentano/ un’ultima danza”. Nella sua impetuosa presenza intellettuale, nella sua ricchezza etica ed estetica, ancora una volta Dante Maffia sa delineare una storia umana attraverso i ritmi di un suo particolare e personale linguaggio , ponderato e solido, ove il testo è tutto teso a sottrarre sentimenti e figure, personaggi e ricordi, al rischio della insignificanza di una avventura esistenziale. Egli riesce a mettere in discussione le contraddizioni dell’ieri, trascorso senza appello, e le complessità dell’oggi, difficilmente prevedibili e tormentosamente valutabili, tracciando un percorso poetico coerente, fuori da dubbi sperimentalismi e ricco di opportune sedimentazioni. Ci sono templi diroccati, ci sono ancora foreste impenetrate, ci sono strade e città al di fuori di ogni misura, ci sono scempi che stordiscono la televisione, ci sono inconciliabili dissidi, ma c’è anche un mondo intimo che ci appartiene e ci arricchisce giorno dopo giorno per la sua capacità di realizzazione improvvisa. Così la memoria, fisica e allo stesso tempo illusoria, riporta in queste pagine i ricordi che il poeta custodisce con gelosia quasi morbosa. Dalla sua cittadina di origine, Roseto Capo Spulico, alle città del nord e del centro Italia , le vicissitudini si snodano colorite e pastose.
“Roseto
dovevo cancellarla dal cuore,
fingere di essere nato
in Svezia o in Argentina.
Me ne rendo conto adesso:
è una mattina
di rondini impazzite
che sfrecciano e ridisegnano
aromi dell’infanzia” (pag. 93)
Il porgere suadente e musicale del dire senza veli e senza reticenze entra piano piano in questi brani per ricamare sottigliezze, a volte taglienti a volte volutamente appartate, per un insopprimibile bisogno di solitudine e di ripensamenti. Tutto ciò che vive e sopravvive intorno allo sguardo attento è linfa e lume, è un tassello che va cesellato ed incastonato nel registro dei segnali.
“Bisognava restare nel circuito
solito delle rose e delle margherite.
Non si poneva neppure, allora,
il problema della trasparenza del bene:
a legittimare erano i rituali e l’amore.
E le falci sempre affilate,
le zappe dietro la porta…” (pag.142)
La realtà ha sempre momenti conflittuali, lacerazioni dolenti fra sentimento ed orgoglio, fra il sottrarsi urlando in segreto e le proiezione del proprio sussurro verso i giuochi che posso giungere al limite dell’assurdo e del rischio. Le parole diventano essenziali difese proiettate contro l’importanza storica delle tensioni e della drammaticità .
Il soliloquio allora si avvolge in luoghi opachi e luminosi insieme,l’assedio si attanaglia alla rievocazione nei verdi frammenti di un lontano fuoco amoroso, le sponde si separano non potendo ammettere ritorni o confronti più profondi, i confini degli spazi ancestrali riescono ad ancorare le fluttuazioni di una improbabile eternità.
“Beato te a cui l’aria brunita
dava senso. A me
creava sconforto e m’immergevo
nel pulviscolo rugginoso di eventi
dispersi in fuga senza traguardi…” (pag.107)
Non dispiace essere interrotti nella lettura da una sezione che potremmo dire dedicata alla filosofia politica (titolata “il misfatto delle similitudini”), ove si incatena un brivido attraverso il quale dovremmo meditare e riflettere più attentamente. Le nostre gestualità, molto spesso educate alla costrizione delle voci, al blocco degli occhi e delle mani, dei piedi e degli orecchi, potrebbero finalmente essere capaci di modificare le misure prestabilite ed esercitarsi ancora alle vibrazioni che la percezione ci consente.
L’istante delle certezze è nascosto nel tempo lineare ed è articolato dalla comprensione delle pulsioni che possono intimorire l’uomo ed allo stesso momento possono garantirgli una breccia nel paradosso.
“Mi ci troverei molto bene a Milano
(non per il clima s’intende).
Sono un uomo puntuale,
un lavoratore capace di produrre
sedici ore al giorno senza recriminare…” (pag. 145)
Il rimpianto affiora e si libera, impone la sua condizione di cronaca ove la fantasia dello scrittore riesce a rielaborare i dissensi ingiustificati che la quotidianità obbliga, così che le metafore realizzino l’intima connessione del mistero.
Antonio Spagnuolo
AL MACERO DELL’INVISIBILE DI DANTE MAFFIA
C r i s t i n a S p a r a g a n a
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L’Ulisse dell’inquieto nostos alla “smemoria” che naviga tra i versi dell’ultima raccolta di Maffia è delicato e ironico, parodistico e tragico al contempo. La sua Itaca calabra, che traspare alla soglia di ogni lirica, riconduce le gesta di un passato antieroico ma affettivo a un presente permeato d’incertezza, chiuso nella commedia dolorosa del discorso attuale, dove l’icona caricaturale prende talora il posto del simbolo e del mito. Egli ha lo sguardo volto sempre indietro, verso la sponda di un mediterraneo che si nega al ricordo e al sentimento della rapsodia, e questo sguardo sembra vacillare tra lo sberleffo e la lamentazione, tra il compianto e il sorriso del simposio. Quella che si potrebbe definire “la commedia del mare inesistente” nasce nel punto esatto in cui il periplo si trasforma in feroce “giravolta”, che vede il viaggiatore in disperato bilico tra il suo passato di navigatore e il suo presente di “anima arenata” , remota all’acqua eppure ancor soggetta ai suoi flussi e riflussi inesorabili. C’è qui un dolore del “sentirsi vivi” che si nutre di suoni e di emozioni, sinestesicamente esasperato da un’intensa miscela di fragori dove l’uomo si scorge nel suo nulla e nella sua incapacità d’ancorarsi a un’immagine compiuta, giacchè una collera paradossale lo vuole destinato a volteggiare sempre su se stesso, come in preda a una sorta di bufera tutta tellurica e meta-marina.( “Questo mare aggrigliato in verde cupo/ mare d’angoscia aperto sul crinale/ di morte gore tutte mie prive/ di possibilità d’assoluzione”.) E’, l’Ulisse del Macero, una sorta di statua funeraria ben confitta nel suolo, ma pur sempre corrosa dall’incessante moto di un mar mediterraneo privo di spazio e di fisionomia. (“Ulisse rientra in scena/ dopo un lungo sonno ristoratore./ Penelope a colazione/ recrimina con parole taglienti. // Lui ascolta ripassando immagini/ che lo fanno schiavo di se stesso./ Sfoltisce col coltello rami/ per remi improbabili”.) Come certe polene smarrite sottocosta, esso dovrà marcire nella terra, l’animo in preda ad una inarrestabile nostalgia cosmica dell’invisibile, unica traccia della sua trascorsa epopea marinara. (“Non è più l’avventura che lo tenta/ ma il suo giovane io che s’è smarrito/ nel caldo del letto matrimoniale. Siede/ davanti al mare e parla con le onde”.) L’ostinata commedia del presente reca soltanto immagini legate a questa oscura idea del farsi e del disfarsi sull’eterno telaio di Penelope che travolge, in girandola perpetua, sentimenti, passioni, rituali, microequilibri da cerimoniale. Remoto, insieme, a patria e ad orizzonti, il suo tempo non fa che irrigidirsi nella ciclicità dei gesti minimi sottesi a un improbabile esistenza di matrice joyciana, che rende il quotidiano l’unico sbocco a un’epica moderna, ma pur sempre nostalgica e venata di riflessi elegiaci, dove spetta a un “signore” privo d’identità d’assumere la veste di un moderno nocchiero che informa l’antieroe sui problemi di rotta e di navigazione (“Dopo aver portato a spasso il cane,/ acquistato il giornale, scambiato/ due frasi sul tempo/ con un altro signore a spasso col suo cane,/ mi avvio verso casa e in ascensore/ incontro Nicola che mi confida/ i capricci del suo Mac Intosh. / A casa è tutto in ordine. Le figlie/ hanno fatto la doccia e le trenta telefonate/ giornaliere.”) Vi sono dei momenti, tuttavia, in cui il dio comico dell’invisibile sembra arrestare il flusso della vita, facendosi materia di dolore e di profonda consapevolezza; sono i momenti in cui il cielo di carta che sovrasta l’immenso Grand-guignol della nuova tragedia del ritorno si spacca in due pirandellianamente, rivelando l’abisso e l’amarezza che precedono il vuoto, sentimento che solo può prestarsi a una celebrazione neo-sacrale. L’Odissea di Maffia si rivela in tal modo in un quadro di forti allegorie tese ad un apice minimalista ove l’assenza, la carenza, il buio, il ritrarsi di tutte le certezze sono il tessuto di una desolata partitura “atalassica” , ed il silenzio della cecità, retaggio onnipresente di Demodoco, sembrano dare ancora più risalto alla voce invisibile del mare e delle sue improbabili sirene. E’ senz’altro l’istante più solenne, quello del sacrificio e dell’entrata all’Ade; la smemoria si tempra nel ricordo e nella sensazione della fine; i defunti sovrastano i viventi, i rumori si annullano di colpo nell’immobile quiete dell’attesa; l’eroe perdente trova il suo riscatto nella certezza d’essere perduto (“ Ma è forse solo la stanchezza/ a dettarmi le parole del possibile,/ o è un prestito/ di quel lungo cammino di croci/ che non sanno più trovare/ la via della preghiera/ e chiamano a raccolta/ le lupe affamate della tenerezza/ per sconcertare la grazia delle forme/ e farne scempio per perdite infinite”.) Ma, una volta compiuto il sacrificio, ecco che tutto misteriosamente sembra riprendere la sua perpetua giravolta biologica del nulla; la morte, come il mare, è soltanto un miraggio percepito attraverso la sterile fissità della terra. Qui la frase poetica, contaminatasi nel pandemonio dei più svariati moduli stilistici- dal sepolcrale-lirico, al sacrale, all’elegiaco, all’epico, al moderno - ammutolisce rigorosamente delegando ai rumori la sua propria espressione. E’ come se l’Autore decidesse di lasciare che il suono prenda la mano alla parola- archetipo, facendosi via via pausa, fragore, grido, sospensione. L’eroe diventa aedo di se stesso, il nulla celebra il suo proprio nulla, la metrica sobbalza, né è annientata, il paradosso è ancora il solo dio di un’escatologia del compromesso, la parodia della ritualità si sovrappone al rito religioso, l’ybris di Ulisse –qui tutto dantesco- arranca in una sorta di ossessiva ignoranza che rivela l’inganno dettato dalla nemesi divina. (“Non conosco il luogo, e questo silenzio/ è estraneo, ha uno sguardo bieco/ di sepoltura. Dove sono gli angeli/ che dovevano proteggermi e farmi lieto?// Che inganno è questo? Stridono le porte,/ strisciano scarafaggi nauseanti./ Rivoglio la mia anima. E’ un inganno/ il lievito della trasparenza immota”.) È una poetica, quella del Macero, che sembra sempre correre sul filo teso dello smarrimento, dove l’invocazione si trasforma di colpo in invettiva, il panegirico in giaculatoria, la memoria in minaccia di un presente intessuto di piccole “sciagure”. È, quello di Maffia, un tempo che si vuole trastullo di se stesso, un nostos à rebours verso un mondo neo-arcaico ove il rito diventa rituale, il sacrificio gesto auto-lesivo, il viaggio fitta quotidianità, il trageda un neoteros del vano. Ulisse è un antieroe condannato a sostare sulla terra, remoto al mare che l’ha partorito, simbolo del carattere del calabro che una storia di lunghe invasioni costiere ha destinato ad essere animale di roccia e di montagna, nonostante la propria geografia tutta protesa all’acqua e alla sua acquatica mitografia. (“Dovrei riconoscermi nel mare?/ Posso anche piegarmi all’analogia/ ma poi mi pongo in altro,/ne resto fuori con gaudio”.) La sua, insomma, è la stessa fissità che, come già si è visto, fa sì che la non-vita si riveli nell’istante preciso in cui il cielo di carta che sovrasta le incursioni moresche, mostra il suo strappo e mette a nudo il vuoto dell’uomo calabrese avvinghiato a una terra perennemente in bilico, l’occhio rivolto con avidità a un orizzonte sempre cancellato. In questo modo, “l’anima randagia” non può che costatare la sua muta appartenenza al suolo e alla radice, la geografia si sgretola, il mito tace e ride di se stesso, i luoghi arcaici, nuovi e post-moderni si confondono insieme in una no man’s land nella cui stratosferica babele anche Ulisse è privato della luce. (“Il mare ha mille occhi e piange troppo.// La mia anima è randagia ma ha pause/ che vivono un’eternità. Perfino la paura/ siede sotto le querce e si ristora/ giocando con le formiche in lunga fila”.) In questo singolare epos dell’inazione quotidiana, d’inconfondibile matrice omerica, dove svariati nomi di città vengono di continuo a puntellare una mappa che sembra accartocciarsi nelle mani dell’Uomo della terra, Milano rappresenta l’approdo ad un’Ogigia della malinconia e della “smemoria”, l’iceberg dove s’incaglia la barca dell’eterno divenire e appassire dei secondi e dei secoli. Qui, come nella cantica dantesca, nel grigiore di quel “sole che tace” che spalanca le porte dell’inferno in sinestesica desolazione, il naufrago “s’interra” suo malgrado conoscendo al contempo la zavorra invisibile dello sguardo del cieco, e un nuovo Ulisse metropolitano parla con le parole di Demodoco.(“Ma le pozzanghere, e bene in vista./ E il sole che non trovava/ il varco per farsi umano.// Appena smise di piovere, il cielo/ versò grigio/ e ammassò nuvoloni sul Duomo.// C’era un silenzio di foglie/ che non seppero sorridere,/ c’era un preludio alla deriva”.) Ma è ancora qui che “il sogno calabrese” affiora sulla soglia dei detriti d’un animo arenato in terrestre deriva, e il paese di nascita diviene finalmente l’unico vero approdo, la Terra che, incurante del rifiuto, salva e imprigiona al tempo stesso l’uomo nella sua dolorosa aridità. In tal quadro l’immagine di Itaca sorge e risorge con ciclicità a sgretolare l’attimo fuggente nel macero invisibile di una memoria morta. I suoni dell’inerzia tornano a farsi vivi, il fragore del nulla sembra solo dare espressione a questa sepoltura di zavorra sospinta in terra ferma, come in un rito funebre dove Lazzaro e Cristo, Ulisse e Achab giungono a mescolarsi in una frastagliata entità dell’assenza, risorgendo oltre il buio dell’esilio. Pertanto ciò che resta delle inquiete coordinate elegiache che avevano informato la partenza di questo viaggio-trottola dell’eroe su se stesso, di questa “giravolta” così penosamente atemporale finisce, nel discorso di Maffia, per tornare a vibrare d’una sorta di eufonia dissepolta, che sembra emergere dall’infernale baraonda del tempo quotidiano, in accezione tutta positiva, di natura idilliaca. E’ la voce salvifica dei morti che la terra riporta alla memoria come l’onda del mare riconduce gli annegati alla terra: è il melodico grido dei rondoni, l’iterativo eppure sorprendente cinguettio delle allodole, lo squittio degli oggetti ripescati, l’appena percepibile sussurro del cammino dei gechi; è tutta, insomma, quella partitura, di solida radice recanatese e pascoliana insieme, che dando voce ad una micro-fauna familiare e selvatica a un tempo, riesce finalmente a riscattare un mar mediterraneo popolato di lari e di cose tangibili, stupenda miniatura di sinestesi qui tutta positiva , capace, con miracolo evangelico, di rendere a Demodoco la sua vista perduta, trasformando in visibile l’ostinato invisibile del macero, sino a sfociare nella grande ode di un figurato talamo costiero sempre smarrito e sempre ritrovato:
La Calabria che lo scirocco sferza
non so se venendo o andando verso il mare.
La campagna ora arsa ora verde
con pompamagna di vigneti e ulivi
è sempre qui, ingombra la mia anima,
la tesse e la distesse nei giulivi
pomeriggi d’estate, negli inverni amari
e tristi d’ore interminabili.
La Calabria che pretende amore
-e non sa bene se sia donna o falco-
io la sradico, la esalto, la sotterro,
la benedico e maledico e poi
la invoco: madre, tomba, cielo,
condanna, luce che non tramonta mai,
casa aperta sul mare,
mio rifugio eterno.
Cristina Sparagana
AL MACERO DELL’INVISIBILE DI DANTE MAFFÌA
Passigli Edizioni, Firenze 2006, pp. 175, € 15,00
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È tensione costante della scrittura di Dante Maffìa dare parola a ciò che viene nascosto, emarginato, cancellato (obliterato e/o recluso), dalle luci dominanti – vedi Lo specchio della mente (Crocetti Ed., Milano 1999), sorta di Spoon river dei morti viventi in tre centri manicomiali del Sud. In questo libro di poesie che vanno dal 1996 al 2004, è l’azione innervata nella propria esperienza di vita che dà corpo alla tensione di ripresa della totalità, propria e altrui. Questo libro di Dante Maffìa incarna e traduce un percorso vitale di passione e pensiero, che vuole ricongiungere bellezza e verità, complessità e transitività, trasparenza e densità. Un tessuto che spesso ci raggiunge e lascia il suo segno dentro di noi. Per esempio, nella prima poesia (p.15): “L’esperienza della scrittura” è fatta materia “insopprimibile” di momenti in cui “La vita l’ho sentita come bava di un mendicante e sempre l’ho inseguita”, con la tensione ad “abbracciare interamente/ tutto il creato”, che spinge a rompere limiti, pregiudizi, “siepi” e “muri” di verità e poteri costituiti, di ogni loro luce e pretesa centralità, simbolizzata dal “sole”, immagine “egoista, privo d’occhi, e spregevole”. Esplicito, forte senso critico e civile, scrittura volta a indagare con ciò che quella luce spinge nell’ombra, la sua luce nascosta, la verità di ciò viene ucciso o taciuto dal dominio in atto. La scrittura come altro sole che illumina, scalda e riporta in vita, non come stolida resistenza alla Morte ma come azione di conoscenza della complessità senza centro delle mille facce della vita. Per mostrarci tali facce e tracce, basta Il gatto Emilio (p.40), il suo mistero, i suoi balzi, la sua curiosità, i suoi muti regali. Basta una formica che ansima (p.41) e può ricordarci come noi “Bruciamo i cervelli nell’impotenza” all’ombra del sole/dei soli che “ogni attimo…preparano guerre”(p.122) in nome della civiltà o di questo/quel nome di Dio. Così, davanti a queste forme di falsità e di invisibile, Maffìa riafferma fedeltà alla vita e a un futuro di speranza: “Io sono stanco delle menzogne,/ stanco di rincorrere il passato./…/ Va bene Cristo, Allah o Budda:/ ognuno gestisce la sua anima/ col Dio in cui crede./ Il mutamento è l’unica certezza/ che ci traghetterà nel futuro,/ la diversità/ è la chiave di volta/ per non morire soffocati a testa indietro”(p.165). Si respira perciò in questi versi una sorta di serena necessità/coscienza di fare punto e a capo, attraverso nomi e fasi della propria vita, inanellati spesso con ironia, mai cadendo in minimalismi o intimismi privi di una visione che comprenda anche l’altro. Perché ogni momento è ricollocato nel nostro orizzonte storicosociale, girone infernale di una guerra infinita tra Nord e Sud del mondo, in cui questa scrittura si pone come cucchiaio infimo e temerario di recupero di briciole di vita dal macero del post in cui siamo. Un dopo – di civiltà, di pensiero e di poesia – che chiede alla poesia che vuole dire la verità del mondo attuale di porre all’ordine del giorno la necessità di ripensare i termini in cui oggi è costretta e resiste la vita.